Fa piacere trovare film che confutano i
miei pregiudizi sulle pellicole francesi e poi tutto sommato questi
pregiudizi non li ho neppure seriamente visto che alla fine non mi
lascio influenzare e ogni volta vado ugualmente al cinema sperando di
assistere a una rappresentazione meritevole. E' questo il caso de Il
riccio. Il film è tratto dal libro L'eleganza del riccio
di Barbery
Muriel che ha avuto un certo successo in libreria ed è
ambientato in un signorile palazzo di Parigi dove, tra gli altri,
vivono la dodicenne Paloma e la sua famiglia di estrazione borghese,
Renée, la portinaia dello stabile che vengono raggiunte molto presto
dal proprietario della palazzina, monsieur Ozu, che come si intuisce
dal nome è di origini giapponesi. Sia Paloma che Renée deviano
molto dai canoni che ci si potrebbe aspettare per le loro rispettive
categorie, la prima è straordinariamente intelligente per la sua età
e possiede una vena artistica e di follia che mal si adatta alla
situazione famigliare, tanto che tra i suoi propositi vi è quello di
togliersi la vita il giorno del suo imminente dodicesimo compleanno.
Renée, dal canto suo, anche se non ha avuto il privilegio di
un'istruzione adeguata, è un'accanita lettrice insospettabilmente
colta. La storia si basa sulle dinamiche che si scatenano
dall'incontro di questi inusuali personaggi.
Il punto di forza del film, a mio parere, è proprio la trama e basare la sceneggiatura su di un'opera letteraria, anche se non basta a garantire la riuscita di un lungometraggio, si rivela spesso un'ottima mossa. Dai commenti che ho letto qua e là prima di recarmi al cinema ho potuto constatare che, come spesso accade, chi ha letto il libro è rimasto un po' deluso dalla trasposizione sul grande schermo, ma per chi, come me, non ha ancora preso in mano l'edizione cartacea non ho trovato motivi per lamentarsi della storia. Non ho molto da dire sulla regia che è all'altezza di tutto il resto, ma nemmeno spicca per alcun motivo particolare. Sul cast ho trovato convincenti le interpretazioni delle due protagoniste femminili, stesso discorso fatto per la regia invece per gli altri attori. Tirando le somme un film piacevole, comunque al di sopra della media, che tra le altre cose mi ha parecchio incuriosito tanto che prevedo di comprare a breve il romanzo per capire meglio tutto quello che soltanto la forma letteraria può sviscerare fino in fondo. Potendo scegliere, mi azzarderei a consigliarvi la lettura del libro più che la visione del film, ma per averne conferma aspettate di leggere prossimamente un mio post sull'opera originale. A presto.


Film francese di François Ozon
questo Ricky è una delle storie più stravaganti che mi sia
capitato di vedere al cinema. All'inizio tutto sembra seguire una
trama convenzionale: Katie (Alexandra Lamy) è una giovane
madre single che lavora in una fabbrica di prodotti chimici. Subito
si capisce che tra lei e la piccola figlia Lisa (Mélusine
Mayance) i ruoli sono talvolta invertiti: è Lisa che sveglia la
madre la mattina e le prepara la colazione. Un giono, al lavoro,
Katie conosce un suo collega spagnolo, Paco (Sergi Lopez), e i
due non perdono tempo a “conoscersi meglio” nelle toilette della
fabbrica. La storia tra i due continua, Paco si trasferisce
nell'appartamento di Katie che nel frattempo è rimasta incinta: fa
così il suo ingresso in scena il nuovo nato Ricky. Un giorno Katie
si accorge che Ricky ha dei lividi sulla schiena, accusa Paco di
esserne il responsabile e quest'ultimo lascia così l'appartamento.
Ma, e qui arriva il colpo di scena, in corrispondenza dei lividi
sulla schiena dopo un po' di tempo al giovane Ricky spuntano un paio
di ali! Il film prende una piega surreale, se ancora si sarebbe
potuto addurre una qualche spiegazione razionale, nel momento in cui
Ricky spicca il volo. Succederanno molte altre cose, ma mi fermo qui
con la sintesi della trama.
Racconti dell'età dell'oro è una commedia
Nutro sempre molte aspettative quando in programma alla rassegna vedo esserci una commedia ed era il caso del titolo proiettato questa settimana: Vuoti a rendere.
Dopo essermi perso il primo film in
rassegna del nuovo anno, rieccomi a voi per la recensione di Ritorno
a Brideshead.
Questa settimana vi parlo di una
commedia svedese. Nella mail che mi arriva ogni settimana con la
programmazione dei film in rassegna, questo passaggio mi aveva un po'
allarmato: “un umorismo scandinavo a volte un po' spiazzante per
noi mediterranei”. Ma andiamo con ordine.
Ho deciso di rischiare di passare una
serata mortalmente noiosa andando al cinema da solo a vedere un film
francese, ma la storia mi aveva discretamente incuriosito e così ho
osato: per sapere come è andata leggete il resto della recensione.
Questa settimana la rassegna cinematografica proponeva l'ultimo lavoro di Woody Allen, autore e regista, ma non interprete, della pellicola. Il film verte sull'incontro tra Boris Yellnikoff, professore e genio della fisica quantistica in pensione, cinico e pieno di nevrosi, e una giovane e non molto acuta ragazza di provincia, Melody St. Ann Celestine fuggita dalla sua casa in Mississipi, senza una fissa dimora e approdata a New York per iniziare una nuova vita.
L'onda è un film tedesco che affronta
in modo non convenzionale il tema dell'autocrazia. La storia è
ambientata in un liceo che per una settimana organizza dei
corsi che mirano ad illustrare le varie forme di governo. Il corso
sull'autocrazia viene affidato a Rainer, professore dall'approccio
molto informale con i suoi studenti. Durante la prima lezione, alla
domanda se fosse possibile il ritorno di una dittatura in Germania ai
giorni nostri, gran parte dei ragazzi lo esclude visti i recenti
trascorsi storici di questa nazione. Rainer decide allora di iniziare
un esperimento e introduce gradualmente in classe alcuni aspetti
tipici di un governo autocratico: per prima cosa assume, appoggiato
dalla classe curiosa di mettere in atto l'esperimento, il ruolo di
figura forte e impone così di essere chiamato signor Wegner. Poi
detta alcune regole di disciplina: ad esempio per parlare bisogna
sempre alzarsi in piedi. Nei giorni successivi continua, imponendo a
tutti di indossare jeans e una camicia bianca e poi dando un nome al
movimento, che naturalmente viene battezzato l'Onda (die Welle).
Quello che accade ad un certo punto è che però, senza che neppure i
protagonisti se ne rendano del tutto conto, compreso il professore, cominciano a crearsi delle dinamiche tipiche di queste forme di
regime, come il senso di appartenenza e l'estromissione di chi
rifiuta di conformarsi.
Il film racconta la contrastata
relazione sentimentale ambientata nella Francia della belle époque
tra Lèa (Michelle Pfeiffer) e Chéri (Rupert Friend).
La prima è una delle donne, ormai non più giovanissima, che a quel
tempo si arricchivano sfruttando le fortune dei loro numerosi amanti.
Il secondo è il figlio, che all'inizio della pellicola incontriamo
diciannovenne, di Madame Peloux (Kathy Bates) una delle amiche
e colleghe, se così si può dire, di Chéri. Quest'ultimo, cresciuto
nella ricchezza e viziato dalle attenzioni della madre, conduce una
vita lasciva e probabilmente dal suo punto di vista anche un po'
noiosa, passando da un locale all'altro della Parigi dell'epoca. La
madre, preoccupata per lui, lo manda a passare un po' di tempo nella
villa in Normandia di Lèa. La convivenza dei due che doveva durare
per poche settimane, si protrae per ben sei anni fino a quando Chéri
non se ne deve andare per sposarsi in un matrimonio combinato dalla
madre. E' a questo punto che i due si rendono veramente conto di
quanto speciale fosse il loro rapporto.
Ultimo appuntamento per questa stagione
con il cineforum all'Odeon. Il film drammatico proposto ieri sera era
La duchessa. La storia è ambientata nell'Inghilterra di fine
1700 , dove la giovane lady Georgiana Spencer (Keira Knightley)
viene designata come sposa di William Cavendish (Ralph Fienne
Errare
è umano, perseverare è diabolico. Due settimane fa sono uscito dal
cinema sfinito e deluso dopo aver visto un film francese al consueto
appuntamento settimanale con la rassegna dell'Odeon. Giovedì scorso
in programma c'era
Devo confessare che ho un po' di
pregiudizi sui film francesi, soprattutto quelli che, come questo,
durano 2 ore e mezza. A volte rifletto sul fatto che non bisognerebbe
mai avere simili preconcetti dettati forse anche da una storica, ma
bonaria, antipatia tra gli italiani e il popolo d'oltralpe; poi però
capita di vedere pellicole come “Racconto di Natale” e
passano tutti i dubbi: faccio solo bene a diffidare dai film di
questa gente che passa il tempo girando in bicicletta con una
baguette sotto l'ascella! Raramente mi vien voglia di abbandonare
prematuramente la visione di un lungometraggio, in genere il mio lato
curioso mi spinge ad arrivare fino in fondo anche quando mi ritrovo
davanti ad un prodotto discutibile, eppure ieri mi sarei alzato
volentieri dopo pochi minuti... l'unico motivo per cui sono restato è
che ero in buona compagnia. Passo comunque a raccontare che cosa mi
sono sorbito per almeno un paio di motivi: il primo è che forse
eviterò a qualcuno di commettere il mio stesso sbaglio, il secondo è
che così nessuno potrà accusarmi di essere il Mollica della
situazione che dà solo giudizi positivi su ogni cosa recensisca. La
storia parla di una riunione di famiglia in occasione del Natale (che
originalità!). I fatti che dovrebbero rendere tutto interessante
sono che, di tre fratelli presenti, due non si possono vedere e con
“non si possono vedere” intendo che la sorella maggiore,
Elizabeth (Anne Consigny), ha ottenuto dal tribunale che il
fratello di mezzo, Henry (Mathieu Amalric) , venisse bandito
dalla sua vita in cambio del saldo di alcuni debiti contratti da
quest'ultimo. La madre dei tre fratelli, Junon (Catherine
Deneuve), soffre di una grave malattia del sangue la cui
unica cura, dai risultati comunque non certi, consiste in un
trapianto di midollo il cui donatore viene ricercato tra i vari
parenti presenti in casa. Il figlio di Elizabeth, Paull (Emile
Berling), soffre di problemi mentali, anche se tutti a
voler guardare in questo film hanno grossi problemi di mente.
Continua l'appuntamento con i film del
Giovedì sera e con le conseguenti minirecensioni del Venerdì. In
programma ieri sera “L'ospite inatteso”. Sebbene più di
una scena provochi un sorriso, la pellicola non può certo essere
definita una commedia. La trama, anche questa volta abbastanza
originale, parla di Walter Vale (Richard Jenkins), maturo
docente universitario di economia, che dopo aver vissuto per gli
ultimi anni un'esistenza monotona e priva di veri e propri affetti,
recatosi per qualche giorno a New York per un convegno, si ritrova
per motivi che non voglio anticiparvi, ma che includono il desiderio
dell'uomo di rimediare alla propria solitudine, a condividere
l'appartamento con una giovane coppia di immigrati clandestini. Tarek
(Haaz Sleiman), siriano, per guadagnarsi da vivere si esibisce
suonando il djembe, un tamburo africano, per locali insieme ad una
band, attività che suscita grande interesse in Walter, mentre Zainab, senegalese,
(Danai Guirira), disegna e intreccia collane e braccialetti
che poi rivende in una bancherella di un mercatino. La situazione
rivela ben presto aspetti in un primo momento insospettabili nel
protagonista, sino a che un giorno tuttavia l'equilibrio viene
spezzato e proprio a seguito di questo fa la sua comparsa nel
lungometraggio la madre di Tarek (Hiam Abbass
Eccomi a voi per il consueto appuntamento con la mini recensione del film del Giovedì sera all'Odeon. Ieri sera era la volta di The Millionaire, probabilmente la più nota tra le pellicole in rassegna quest'anno. Quasi sempre, prima di uscire di casa, faccio un giro tra i principali siti di cinema in rete per sondare un po' che cosa mi aspetti e ieri sono rimasto colpito dal fatto che The Millionaire fosse posizionato al quarantacinquesimo posto nella classifica dei migliori film di tutti i tempi sull'