Poche settimane fa, per la sezione
cinema ho avuto modo di recensire il film Il Riccio e mi ero
ripromesso di procurarmi il libro da cui è stato tratto, sia perché
la pellicola non mi era dispiaciuta, sia perché ho letto alcuni
commenti di persone che lo trovavano, come capita spesso, migliore
della controparte cinematografica. Detto fatto, ecco le mie
impressioni sul testo di Barbery Muriel.
La storia che ho visto sul grande schermo ricalca abbastanza fedelmente quella oggetto di questa recensione con la differenza che mentre nell'originale Paloma annota le sue osservazioni su di un diario, nella versione su celluloide è stato introdotto l'escamotage di una vecchia macchina da presa del padre usata dalla protagonista per annotare in video le sue considerazioni: trovata scaltra visto che mantenere nella trasposizione il diario non sarebbe stato facile senza appesantire inutilmente la narrazione, in più introdurre il parallelo scritto/filmato anche nel soggetto del lungometraggio è un'idea carina. Nel libro tutto è raccontato dal punto di vista delle due protagoniste Paloma e Reneé, che si alternano nel ruolo di voci narranti, la prima con i propri flussi di coscienza, la seconda con le pagine del suo quaderno di annotazioni. Entrambi i personaggi sono caratterizzati dall'innata capacità di inquadrare facilmente le persone che le circondano e di riuscire a interpretare in maniera naturale i più intimi segreti dell'esistenza umana, dell'arte e della cultura, peculiarità che talvolta raggiunge livelli francamente eccessivi come quando la ragazzina mette in difficoltà lo psicologo della madre smascherando in pochi istanti il suo vero io o la professoressa di italiano dibattendo di grammatica. Purtroppo l'autore è un docente di filosofia, fatto che ho scoperto giunto alla fine della lettura che getta luce su un bel po' di cose, e sfrutta le nozioni che ovviamente possiede rivesandole in maniera sovrabbondante e anche disorganica nelle pagine della sua opera rovinando a mio parere così la narrazione che nelle parentesi in cui accade qualcosa usa uno stile tutt'altro che pesante o banale. Tirando le somme, da questo libro mi aspettavo qualcosa di più e mentre da una parte indubbiamente l'originale riesce, per ovvi motivi, a dare una rappresentazione assai più dettagliata della trama, dall'altra proprio per lo stesso motivo talvolta passa la misura rendendo i protagonisti del romanzo, tra cui considerei anche il signor Ozu, antipatici laddove dovrebbero essere nelle intenzioni di Muriel i pochi individui degni di considerazione in un gruppo che altrimenti vede nella sua cerchia soltanto bigotti borghesi e radical-chic di facciata. In definitiva non da bocciare su tutta la linea, ma sopravvalutato.


Fa piacere trovare film che confutano i
miei pregiudizi sulle pellicole francesi e poi tutto sommato questi
pregiudizi non li ho neppure seriamente visto che alla fine non mi
lascio influenzare e ogni volta vado ugualmente al cinema sperando di
assistere a una rappresentazione meritevole. E' questo il caso de Il
riccio. Il film è tratto dal libro L'eleganza del riccio
di