Interrompo il lungo periodo di inattività del mio blog per una segnalazione musicale. Ieri sera ho assistito all'esibizione allo SpazioMusica di Pavia di un po' di band del pavese nell'ambito di una tre giorni dedicata a ricordare la produzione artistica di John Lennon a trent'anni dalla sua scomparsa. Oltre a libere e, talvolta discutibili, reinterpretazioni di canzoni dell'ex Beatles le varie band proponevano anche pezzi tratti dal loro repertorio. Be', tra tutti i gruppi visti segnalo questi "B.O.S.O.M.U" dediti al rock/punk e generi affini. In particolare, bravo il cantante e veramente notevole il bassista. Settimana prossima, il 15 Dicembre 2010, per chi fosse interessato, terranno una serata sempre allo SpazioMusica. Se siete in zona consiglio di fare un salto ad ascortarli.
Saturday, 11 December 2010
B.O.S.O.M.U.
Interrompo il lungo periodo di inattività del mio blog per una segnalazione musicale. Ieri sera ho assistito all'esibizione allo SpazioMusica di Pavia di un po' di band del pavese nell'ambito di una tre giorni dedicata a ricordare la produzione artistica di John Lennon a trent'anni dalla sua scomparsa. Oltre a libere e, talvolta discutibili, reinterpretazioni di canzoni dell'ex Beatles le varie band proponevano anche pezzi tratti dal loro repertorio. Be', tra tutti i gruppi visti segnalo questi "B.O.S.O.M.U" dediti al rock/punk e generi affini. In particolare, bravo il cantante e veramente notevole il bassista. Settimana prossima, il 15 Dicembre 2010, per chi fosse interessato, terranno una serata sempre allo SpazioMusica. Se siete in zona consiglio di fare un salto ad ascortarli.
Tuesday, 24 August 2010
La solitudine dei numeri primi
Riporto di seguito le mie impressioni sul libro che ho appena finito di leggere: La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano edito da Mondadori. La scelta di questo libro è stata dettata dal gran parlare che se ne è fatto in giro e dai diversi premi vinti, tra cui spiccano il Campiello opera prima e lo Strega.
Il romanzo racconta le vite di Alice e Mattia, che condividono il fatto di aver sperimentato ciascuno un'esperienza traumatica durante l'infanzia che condiziona il resto delle loro esistenze. Il titolo del libro è un allegoria: così come in matematica i numeri primi sono soli, perché non ne esistono due consecutivi, anche i protagonisti vivono un'esistenza solitaria e come tra i numeri primi ve ne sono alcuni particolari, detti gemelli, che quasi si toccano, ma un solo numero pari li divide, anche le vite di Mattia e Alice sembrano sfiorarsi senza mai arrivare a stabilire un contatto completo.
A causa delle buone critiche lette in giro, paradossalmente temevo di restare deluso da questo romanzo, ma fortunatamente non è stato così. Lo stile narrativo e l'intreccio sono molto originali e non mi viene in mente un'altra opera paragonabile sotto questi aspetti. Anche il tema di fondo è solo vagamente riconducibile a cose già lette e soprattutto ai giorni nostri, in cui la produzione letteraria ha raggiunto volumi a detta di molti eccessivi, questo è un grandissimo pregio. Difetti ne ho trovati pochissimi e talmente di poco conto da non meritare neppure di essere menzionati.
Come è in uso fare per opere letterarie così di successo è già in lavorazione una versione per il grande schermo e, nonostante non veda grossi ostacoli a rappresentare su pellicola la storia, credo che il regista dovrà fare un grande sforzo per essere all'altezza della versione cartacea, che a differenza di altri recenti best seller è molto di più che un'elaborata sceneggiatura.
Sicuramente il miglior libro da me letto questa estate. Consigliato.
Wednesday, 11 August 2010
Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte
Tempo di letture estive. Il libro di cui vado a scrivere oggi è Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon edito da Einaudi. Nonostante sulla quarta di copertina questo romanzo venga definito un giallo, esso ha ben poco a che fare con questo genere. La storia, raccontata dal punto di vista del giovane protagonista, Christopher, ha inizio con il ritrovamento da parte di quest'ultimo del corpo infilzato da un forcone di Wellington, il cane della sua vicina. Il ragazzo soffre di una forma di autismo nota come sindrome di Asperger che provoca in lui l'incapacità di interpretare lo stato d'animo delle persone che lo circondano, il forte disagio verso ogni forma di contatto fisico, un'apparente immotivata avversione o predilezione per certi colori e altri più o meno gravi complessi. Nonostante la sua situazione, o piuttosto per merito di questa, Christopher è anche molto bravo in matematica tanto da voler sostenere l'esame di ingresso per l'università, primo a farlo nella scuola dove studia, frequentata da persone con problemi mentali. Deciso a scoprire il colpevole dell'uccisione dell'animale il ragazzo descrive lo svolgersi delle sue indagini sotto forma di libro. Nel corso dell'investigazione, che sicuramente non rappresenta il piano narrativo principale dell'opera, accadranno diversi fatti che coinvolgeranno oltre al protagonista le persone che lo circondano, vicini e familiari.
Il libro ha diverse caratteristiche che sicuramente lo rendono un titolo molto interessante come valida proposta di lettura estiva: è piuttosto breve, per nulla impegnativo, diretto e semplice, poiché lo stile comunque deve adattarsi all'artificio letterario escogitato da Haddon di un romanzo scritto da un ragazzo con caratteristiche particolari. La situazione in cui si trova Christopher senza dubbio ha la capacità di suscitare interesse nel lettore che sempre durante il racconto è curioso di scoprire come il giovane reagirà ai diversi accadimenti che si troverà ad affrontare, tuttavia quest'ultimo è anche un po' il limite di questo romanzo per diversi motivi. Innanzitutto il tema non è originalissimo e alcune volte si ha l'impressione di stare davanti a dei cliché, piuttosto che ad una persona vera. In secondo luogo, è comprensibile la difficoltà nel doversi inventare una storia in cui il protagonista ha forti difficoltà nell'interagire con altre persone, ma troppo spesso, soprattutto verso la fine, il personaggio principale riesce a mettere da parte i suoi complessi al fine di raggiungere i suoi scopi aumentando ulteriormente la sensazione di trovarsi davanti ad un qualcosa di costruito a tavolino e che mai potrebbe esistere nella realtà.
Per concludere un libro che comunque mi sento di consigliare, soprattutto in questo periodo, ma che forse rimane un po' sopravvalutato.
Saturday, 3 July 2010
Soul kitchen
Eccovi la recensione del primo film della rassegna estiva in Castello, di cui potete trovare il programma qui, a cui ho assistito. La pellicola in questione è Soul Kitchen, una commedia tedesca del giovane regista Fatih Akin.
La storia ruota attorno ad un ristorante di Amburgo, il Soul Kitchen per l'appunto, ricavato all'interno di una vecchia fabbrica e al cui interno si muovono una serie di personaggi abbastanza fuori dagli schemi. Il gestore del locale di origine greca, Zinos, è combattuto dalla scelta se rimanere a curare il posto su cui ha puntato tutto o raggiungere la sua ragazza giornalista che è partita per la Cina per lavoro. Affidare il posto alla gestione del fratello non è la soluzione ideale visto che quest'ultimo è sempre stato un poco di buono con poca voglia di lavorare e che al momento si trova in regime di semilibertà. Tra tutti gli altri personaggi, troppi per essere elencati qui, merita di essere citato il cameriere che rivoluzionerà il menù dell'improbabile ristorante che considera il suo lavoro una forma d'arte di cui chiaramente ritiene di essere un eccellente esponente. Naturalmente le avversità che si troveranno ad affrontare i protagonisti non saranno poche: tra i problemi di salute, quelli di cuore, i guai con il fisco e l'ufficio d'igiene e la pressione di faccendieri interessati al terreno su cui sorge il locale i problemi per loro sembrano non finire mai.
Le premesse per passare un paio d'ore spensierate ci sono tutte e infatti la commedia è gradevole, il cast riesce a portare in scena una performance più che buona ad eccezione forse del protagonista, secondo me non all'altezza degli altri, e, soprattutto dopo la mezz'ora iniziale, il film acquista via via ritmo e le trovate divertenti aumentano. Purtroppo, a mio parere, l'idea, che offre diversi spunti interessanti, non è sfruttata al massimo, alcune gag non sono del tutto riuscite, e anche la trama contiene un paio di risvolti discutibili perché poco credibili anche per un film di questo genere.
Sintetizzando una pellicola a cui darei un voto più che sufficiente, ma da cui mi sarei aspettato qualcosa di più.
Thursday, 17 June 2010
Cinema in Castello 2010
Per tutti gli appassionati di cinema di Vigevano e dintorni ho pubblicato sul sito la programmazione della rassegna "Cinema in Castello 2010". Se vedete qualche titolo che vi ispira contattatemi pure.
Ecco il link: Cinema in castello 2010
Friday, 11 June 2010
La Gialappa's migra su RTL 102.5
Amici del blog, ma soprattutto amiche del blog, un saluto. Per chi come me non è a tal punto appassionato di calcio da seguire tutte le telecronache «serie» delle partite dei mondiali sulla Rai o su Sky, l'appuntamento fisso da ormai molti anni è con le spassose radiocronache della Gialappa's band. Purtroppo la Rai da un po' di tempo sta mettendo in atto delle discutibili politiche editoriali che stanno riducendo la presenza dei tre simpatici conduttori nei palinsesti di Radio2, come già dimostra la soppressione mesi fa dell'altrettanto rituale appuntamento con Rai dire Sanremo. Per fortuna, essendo i mondiali di calcio un evento meno legato alla TV di stato rispetto al Festival di Sanremo, i nostri sono ora profughi sulle frequenze di RTL 102.5 dove commenteranno gran parte degli incontri del torneo. Sperando di aver reso un servigio alla comunità... chi cambia canale questa volta non è un sacripante!
Sunday, 25 April 2010
La ricerca
Come ben sanno i lavoratori onesti, questo è il periodo dell'anno in cui il cittadino responsabile dichiara allo stato le sue entrate affinché quest'ultimo possa prelevare in maniera socialmente equa le tasse che gli serviranno a pagare i servizi che esso ci mette a disposizione: assistenza sanitaria, istruzione, realizzazione di infrastrutture e così via. Da un po' di anni a questa parte il contribuente può scegliere a chi devolvere una parte del gettito attraverso i meccanismi dell'8 per mille e del 5 per mille. Mentre per il primo la scelta è circoscritta a poche confessioni religiose oppure allo stato stesso, per il secondo la lista degli enti che possono accedere alla suddivisione è molto più lunga. Sino ad ora mi era capitato di ricevere comunicazioni che chiedevano la mia firma per il 5 per mille solo da associazioni di volontariato o non a fine di lucro: leghe ambientali, associazioni umanitarie e così via.
Ieri, tornando a casa, trovo una lettera spedita dal Politecnico di Milano, che non mi scriveva più da diversi anni ormai, il cui contenuto è la richiesta di devolvere il mio 5 per mille alla mia ex università. Ora, forse sarò eccessivamente idealista, ma il fatto che un'istituzione universitaria abbia bisogno o semplicemente trovi utile chiedere contributi spontanei, al pari di un'associazione di volontariato, per portare avanti la sua attività un po' mi turba e un po' mi rattrista: sarebbe auspicabile che il restante 98,7% di tasse fosse sufficiente a finanziarla senza dover mettere mano ad altro.
Un'altra cosa ho trovato piuttosto discutibile: in calce all'ormai immancabile questionario da rispedire compilato c'è un riquadro che, quasi citando Kennedy, si intitola «Cosa può fare Lei per il Politecnico?» e tra le varie opzioni che leggo saltano all'occhio «Mi piacerebbe adottare un ricercatore» e «Mi piacerebbe adottare uno studente»: ora io vorrei sapere chi ha avuto l'idea di usare, a sproposito, il termine «adottare» che ha un significato ben preciso e, a meno che non si stia parlando di ricercatori o studenti orfani o abbandonati, mi pare del tutto fuori luogo (o forse no?). Ovviamente, chi ha avuto questa trovata avrà pensato che «adotta uno studente» faccia molto più presa sui destinatari di una frase come «contribuisci ad una borsa di studio», cosa che in ogni caso sul piano sostanziale, si badi bene, trovo encomiabile. Forse ricorrere a questi trucchetti di marketing, che giocano sulle parole per influenzare le scelte dei destinatari della lettera, non è una buona strategia dato che si suppone che questi siano persone con una solida base culturale e in grado di cogliere la sostanza della questione, o almeno questo è il messaggio che l'università da cui provengono dovrebbe avere tutto l'interesse ad affermare.
Speriamo ci si fermi prima di arrivare alle raccolte punti con i voti degli esami ("Se porto a casa un 27 in Fisica Tecnica posso ritirare una mountain bike.")
Saturday, 17 April 2010
L'uomo che verrà
Il film di questa settimana ci riporta al tempo della seconda guerra mondiale, nel 1944, ma non è ambientato nei grandi teatri di battaglia tra nazisti e alleati, bensì nelle campagne dell'Emilia. Nei titoli di coda viene specificato che i personaggi rappresentati sono inventati, ma che i fatti invece sono reali, affermazione che ho scoperto essere non del tutto precisa in quanto alcuni dei personaggi sono invece realmente esistiti. La situazione in cui si è trovata la popolazione rurale nelle campagne bolognesi e i tragici avvenimenti scaturiti da essa sono raccontati seguendo una bambina di otto anni, Martina, muta dalla morte del fratellino, e che vive, insieme alla sua famiglia, l'attesa dell'arrivo di una nuova vita che sta crescendo in grembo a sua madre. Purtroppo, l'aiuto, in maggior parte per convinzione, ma anche perché alternative non ve ne erano, della popolazione fornito dai contadini alle brigate partigiane provocherà una delle più spietate rappresaglie che i nazisti abbiano messo in atto durante il secondo conflitto mondiale che porterà all'uccisione di centinaia di civili, in maggioranza donne, vecchi e bambini e che è ricordata con il nome di strage di Marzabotto.
L'opera tratta un tema a mio parere assai difficile da raccontare senza cadere nella trappola di lasciarsi andare a facili rappresentazioni ideologiche in cui un'estremizzazione dei personaggi porterebbe a una visione manicheista della situazione ben lontana dalla realtà inficiando quello che a mio parere dovrebbe essere il maggior pregio per un film di questo genere, e cioè saper raccontare i fatti con arte, ma mantenendosi aderenti agli accadimenti storici, affinché la pellicola assuma anche la funzione di testimonianza degli eventi narrati. In questo caso l'impressione che ho avuto, confermata anche da fonti ben più autorevoli e molto più adeguate ad esprimere un giudizio in tale ambito del sottoscritto, è che il rischio sia stato magistralmente evitato, si badi bene però senza per questo voler sottointendere una anche minima equiparazione tra i ruoli avuti da esercito tedesco e resistenza. La ricostruzione è molto plausibile e si ha davvero l'impressione di aver avuto la rara possibilità di gettare uno sguardo su una realtà oramai scomparsa, ma che non per questo si sente lontana. A contribuire alla riuscita senza dubbio c'è anche la scelta, per fortuna mantenuta nella versione che ho avuto l'occasione di vedere, di lasciare i dialoghi in dialetto bolognese con l'ausilio di sottotitoli. L'interpretazione del cast è molto al di sopra della media, in particolare molto buona la performance della giovanissima protagonista. Ho molto apprezzato anche la fotografia e l'ambientazione, sia nella rappresentazione dei boschi e delle campagne, sia per quella degli interni e dei vecchi casolari. Senza dubbio pellicola che vale la pena di vedere. Dal momento che la tragedia oggetto della trama merita un approfondimento, per chi volesse saperne di più, lascio il collegamento alla pagina di Wikipedia sulla strage di Marzabotto.
Friday, 9 April 2010
Welcome
Film francese su di un tema molto attuale e cioè l'immigrazione clandestina che in questo caso ha come meta finale la Gran Bretagna, ma che nonostante ciò riguarda da vicino tutti noi.
La vicenda segue la storia di un giovane curdo, Bilal, di appena 17 anni giunto dall'Iraq fino alle coste di Caleis e il cui scopo è attraversare la Manica per cercar fortuna in Inghilterra dove tra l'altro già vive, legalmente, la sua ragazza. Capito di non potercela fare con mezzi tradizionali, Bilal si mette in testa di attraversare la Manica a nuoto e per questo, con i pochi soldi rimasti dopo il lungo viaggio e un tentativo di attraversamento organizzato finito male, decide di prendere lezioni di stile libero. Il suo istruttore, che sta attraversando un periodo difficile a causa del divorzio con una donna che evidentemente ancora ama e che fa la volontaria per dare supporto ai numerosi irregolari che vivono nella zona del porto, lo aiuterà, dapprima al solo scopo di riallacciare la relazione con la ex moglie, ma in seguito con sincera convinzione. Naturalmente non mancheranno le difficoltà dovute ai pregiudizi della gente, al lavoro delle forze dell'ordine e anche ai dissidi che scoppiano inevitabili anche tra i diversi disperati che nutrono un legittimo desiderio di una migliore prospettiva di vita.
Purtroppo, nonostante il messaggio che il regista cerca di trasmettere, e cioè che la natura umana con tutti i suoi pregi e i suoi difetti renda quegli immigrati molto più vicini a noi fortunati abitanti della parte ricca del mondo di quanto li possano allontanare la cultura, la lingua e l'etnia diverse sia, almeno per quanto mi riguardi, ampiamente condivisibile, oggettivamente non posso esprimere un giudizio globalmente positivo su tutto il resto. La storia, visto l'intento apparente del film di descrivere la situazione reale dei tanti immigrati giunti nei nostri paesi, non è per niente credibile: il ragazzo ingenuo a tal punto da credere di poter diventare un calciatore nel Manchester United che vuole andare a Londra per ritrovare l'amore perduto e che pensa di farlo attraversando il mare a nuoto è veramente un po' troppo. A tutto questo, se non bastasse, si aggiungono una regia e un cast del tutto incolori. Il film ha ricevuto alcuni premi, tra cui il premio del pubblico al Festival di Berlino nel 2009, e francamente mi domando come sia possibile a meno che la gente non lo abbia voluto premiare più per la tematica affrontata che per la realizzazione tecnica e questo, da un certo punto di vista, mi rincuorerebbe. A chi interessa l'argomento consiglierei quindi di rivolgersi altrove, considerato che le alternative non mancano: così al volo mi viene in mente, ad esempio, Machan che racconta la vera storia della falsa nazionale di pallamano dello Sri-Lanka.
Friday, 2 April 2010
Il mio amico Eric
Premetto subito che non ho molto da dire sul film in rassegna visto ieri sera, Il mio amico Eric, una commedia che vanta la firma alla regia di Ken Loach, ma soprattutto la partecipazione nel ruolo di se stesso dell'ex asso del Manchester United, Eric Cantona.
Il postino Eric sta attraversando un perido di profonda crisi, straziato dal rimpianto per aver abbandonato l'amore della sua vita, Lily, molti anni prima e con due figliastri che non mostrano alcun rispetto nei suo confronti. L'occasione per rivedere Lily si presenta quando l'unica figlia chiede loro di occuparsi della nipotina mentre lei si dedicherà alla redazione della tesi, ma questo fatto sconvolge Eric ed è a questo punto che accade l'impossibile: Cantona, il mito di Eric, esce dal poster che questi tiene appeso in camera sua e comincia a dargli consigli su come affrontare la situazione. A questo punto mi pare doveroso precisare che tutto ciò succede mentre il postino stava fumando non propriamente del tabacco. Ad ogni modo, da quel momento in poi Cantona diventerà un fedele amico e consigliere del portalettere e lo aiuterà a superare questa ed altre difficoltà che questi si troverà davanti.
Come anticipavo, non ho molto da aggiungere: nulla spicca, nè la regia, nè la recitazione, nè la fotografia, neppure le battute, e però il risultato finale è, una volta tanto, superiore alla somma delle singole parti. La commedia scorre veloce e non annoia mai e Cantona funziona perfettamente nell'inedito ruolo di attore, ancorché nella parte di se stesso. In sintesi, un'idea assai originale che Ken Loach rappresenta e tratta senza strafare, ma in maniera impeccabile. Meritevole di essere visto.
Saturday, 27 March 2010
Segreti di famiglia
Segreti di famiglia è un film scritto e diretto da Francis Ford Coppola che per la terza volta si cimenta nel ruolo di sceneggiatore oltre che in quello più consueto di regista. La natura della pellicola è in parte sperimentale tanto è vero che essa, nonostante il grosso nome dell'autore, è stata autoprodotta e non è stata distribuita dalle solite case di distribuzione che in genere pubblicano i suoi film.
La trama dell'opera racconta dell'incontro a distanza di anni dalla loro separazione di due fratelli: Angie (Vincent Gallo), detto Tetro, e il più giovane Bennie (Alden Ehrenreich), appena diciottenne. I due non si vedevano da quando il primo aveva abbandonato la casa natale per tentare di realizzare le sue aspirazioni a diventare scrittore e per dissensi con il padre, che è un acclamatissimo direttore d'orchestra. Dopo aver tagliato tutti i ponti con la famiglia e con il suo passato Tetro vive ora a Buenos Aires con la compagna Miranda (Maribel Verdù). Se da una parte si intuisce che Tetro non nutra alcun rancore nei confronti di Bennie, dall'altra l'arrivo di quest'ultimo lo costringe ad affrontare i fantasmi del suo passato che ancora lo tormentano. La storia è in realtà molto più complessa di quanto scritto in queste poche righe, ma preferisco non svelare troppo per chi volesse vedere eventualmente la pellicola. Ho molto apprezzato il fatto che mai mi è successo di prevedere che cosa stesse per accadere nella scena successiva a quella che stavo vedendo e più di una volta il regista è riuscito a gabbarmi, facendo intendere fatti che davo per scontati e che invece puntualmente prendevano risvolti inaspettati.
Al di là della trama in sé, il lavoro di Coppola è impregnato di simbolismi: in particolare quello della luce, che probabilmente è la metafora del successo che ha il potere di attrarre le persone, così come fa la luce con le falene, o di abbagliare distorcendo la percezione della realtà o che talvolta può mettere a rischio la vita di una persona come i fanali delle automobili. Citato più volte nel film il balletto Coppélia che parla della bambola artificiale costruita e amata come una figlia dal dottor Coppélius: è forse questo, un manichino da articolare a piacere, quello che il padre di Tetro e Bennie ha bisogno per amare le persone?
Accennavo alla natura sperimentale di questo lavoro: testimonianza di questo la scelta tecnica molto originale di rappresentare il presente in bianco e nero e di riservare l'uso del colore soltanto ai numerosi flashback. La fotografia è molto buona e, secondo l'opinione di chi scrive, per goderne a pieno bisogna assistere alla proiezione sul grande schermo: dubito che anche il più avanzato sistema di riproduzione domestica possa rendere le sensazioni che si provano a vedere queste immagini in una sala cinematografica. Meritevole di menzione anche l'interpretazione degli attori. In definitiva una prova molto convincente di Coppola che sono soddisfatto di essere andato a vedere e che forse meriterebbe di essere rivisto per cogliere aspetti che soltanto conoscendo tutto l'insieme ora forse risulterebbero completamente comprensibili.
Sunday, 21 March 2010
L'eleganza del riccio
Poche settimane fa, per la sezione
cinema ho avuto modo di recensire il film Il Riccio e mi ero
ripromesso di procurarmi il libro da cui è stato tratto, sia perché
la pellicola non mi era dispiaciuta, sia perché ho letto alcuni
commenti di persone che lo trovavano, come capita spesso, migliore
della controparte cinematografica. Detto fatto, ecco le mie
impressioni sul testo di Barbery Muriel.
La storia che ho visto sul grande schermo ricalca abbastanza fedelmente quella oggetto di questa recensione con la differenza che mentre nell'originale Paloma annota le sue osservazioni su di un diario, nella versione su celluloide è stato introdotto l'escamotage di una vecchia macchina da presa del padre usata dalla protagonista per annotare in video le sue considerazioni: trovata scaltra visto che mantenere nella trasposizione il diario non sarebbe stato facile senza appesantire inutilmente la narrazione, in più introdurre il parallelo scritto/filmato anche nel soggetto del lungometraggio è un'idea carina. Nel libro tutto è raccontato dal punto di vista delle due protagoniste Paloma e Reneé, che si alternano nel ruolo di voci narranti, la prima con i propri flussi di coscienza, la seconda con le pagine del suo quaderno di annotazioni. Entrambi i personaggi sono caratterizzati dall'innata capacità di inquadrare facilmente le persone che le circondano e di riuscire a interpretare in maniera naturale i più intimi segreti dell'esistenza umana, dell'arte e della cultura, peculiarità che talvolta raggiunge livelli francamente eccessivi come quando la ragazzina mette in difficoltà lo psicologo della madre smascherando in pochi istanti il suo vero io o la professoressa di italiano dibattendo di grammatica. Purtroppo l'autore è un docente di filosofia, fatto che ho scoperto giunto alla fine della lettura che getta luce su un bel po' di cose, e sfrutta le nozioni che ovviamente possiede rivesandole in maniera sovrabbondante e anche disorganica nelle pagine della sua opera rovinando a mio parere così la narrazione che nelle parentesi in cui accade qualcosa usa uno stile tutt'altro che pesante o banale. Tirando le somme, da questo libro mi aspettavo qualcosa di più e mentre da una parte indubbiamente l'originale riesce, per ovvi motivi, a dare una rappresentazione assai più dettagliata della trama, dall'altra proprio per lo stesso motivo talvolta passa la misura rendendo i protagonisti del romanzo, tra cui considerei anche il signor Ozu, antipatici laddove dovrebbero essere nelle intenzioni di Muriel i pochi individui degni di considerazione in un gruppo che altrimenti vede nella sua cerchia soltanto bigotti borghesi e radical-chic di facciata. In definitiva non da bocciare su tutta la linea, ma sopravvalutato.
Friday, 19 March 2010
Lebanon
Lebanon, vincitore del Leone d'Oro come
miglior film alla 66esima Mostra del Cinema di Venezia, è il
secondo film che mi sia capitato di vedere che abbia come oggetto la
guerra del Libano del 1982. Il primo fu Walzer con Bashir di cui ho
già avuto modo di scrivere e che sia per lo stile che per il punto
di vista adottato è comunque molto diverso dalla pellicola che
tratto oggi e al cui articolo
vi rimando qualora foste interessati.
Lebanon parla di un squadra di militari israeliani alla guida di un carro armato che giunge in Libano per dare supporto all'invasione del paese. Ben presto essi si renderanno conto di che cosa sia una vera guerra e si troveranno ad affrontare le situazioni tipiche di uno scenario del genere: dai villaggi rasi al suolo alle vittime e i feriti non solo tra i militari ma anche e soprattutto tra i civili, compresi bambini e donne, e all'obbligo di scegliere tra rinnegare l'ultimo barlume di pietà che rende le persone esseri umani o avere qualche possibilità in più di aver salva la vita lasciandosi andare all'assurdità delle armi.
Devo dire che, data la mia indole razionale che tende a separare la realtà da quello che viene proiettato, raramente mi capita di provare emozioni forti davanti al grande schermo ma in questo caso il regista Samuel Maoz è riuscito a far giungere sino a me un'emanazione dell'orrore della guerra che ricorderò a lungo. La scelta audace di girare tutto il film dall'interno del carro armato, comprese le riprese esterne che sono sempre mediate dal mirino del mezzo blindato, è molto ben riuscita e ha l'effetto di trasmettere allo spettatore un claustofobrico senso di angoscia. Lo stesso carro armato è, che ce ne si renda conto o meno, la metafora degli uomini che lo comandano e così come esso coll'avanzare in territorio ostile si sporca, diventa viscido, disordinato e comincia a funzionare male, lo stesso può dirsi dell'animo delle persone che ne sono alla guida. Anche il lavoro degli attori, essenziale alla buona riuscita del film, date le premesse, è qualitativamente assai buono. Unica critica negativa che mi sento di muovere a questo lungometraggio è forse una piccola mancanza di originalità che non inficia comunque la bontà complessiva dell'opera.
Prima di terminare questo breve post, vi metto a disposizione il collegamento all'articolo di Wikipedia che parla della prima guerra del Libano: http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Libano_(1982).
La visione del film è senza dubbio consigliata, ma soltanto a persone non facilmente impressionabili.
Friday, 12 March 2010
Io, Don Giovanni
Questa settimana è di scena la musica
lirica: il film proiettato alla rassegna è stato infatti “Io,
Don Giovanni”, una coproduzione italo-spagnola tutta incentrata
sul parallelismo tra i personaggi dell'opera di Mozart e i
protagonisti della pellicola.
Il lungometraggio si apre a Venezia, nell'anno 1763, dove un giovane Lorenzo Da Ponte (Lorenzo Balducci), ebreo, è costretto a battezzarsi e a convertirsi alla fede cattolica. La sua gioventù è segnata dalla doppia vita di sacerdote e di libertino appartenente ad una loggia massonica. Venuta a sapere del suo segreto e del fatto che per anni egli è riuscito a far pubblicare clandestinamente dei suoi lavori dai contenuti per nulla graditi alle alte sfere, il tribunale dell'inquisizione lo fa arrestare proprio pochi istanti dopo che costui aveva conosciuto donna Annetta (l'incantevole Emilia Verginelli), e in seguito lo condanna all'esilio. Aiutato da una lettera di raccomandazioni di Giacomo Casanova (Tobias Moretti) e lasciata Venezia, Da Ponte si reca a Vienna dove si presenta a Salieri, musicista che gode dei favori della corte austriaca e dove incontra nientemeno che Wolfgang Amadeus Mozart (Lino Guanciale), che al contrario è costretto a vivere in un'umile dimora e a cercare di sbarcare il lunario dando qualche lezione di musica. A Da Ponte presto viene assegnato il ruolo di librettista per la prossima opera di Mozart, le nozze di Figaro, che ha un grande successo e gli fa guadagnare un certo prestigio. Influenzato anche dal desiderio del suo mentore Casanova, che in Don Giovanni si rispecchia, Da Ponte decide di proporre a Mozart di lavorare di nuovo insieme e di mettere in scena una versione innovativa della storia del famoso libertino. Naturalmente prima della fine molte cose ancora accadranno.
Iniziamo subito la critica con la cosa che mi ha convinto di meno: la sceneggiatura. Secondo me non brilla per originalità e l'idea di usare la contaminazione tra musica lirica e settima arte è già stata sfruttata in passato, cito ad esempio Tosca e le altre. Tutto il resto però sopperisce a questa comunque non gravissima mancanza a cominciare dalla fotografia: le luci sono usate in maniera virtuosa, e sebbene spesso per nulla realistiche, partecipano al gioco del regista Carlos Saura che trasferisce sulla pellicola caratteristiche tipiche del teatro. L'estremizzazione di questo concetto fa sì che, quando lo spettatore meno se lo aspetta, le carrozze si muovano su paesaggi che in realtà sono soltanto dei fondali e che i personaggi camminino in una Vienna dove le strade e le case sono solo dei teli dipinti. A fare da colonna sonora a tutto questo, ovviamente, ci sono pregevolissimi pezzi di musica classica. Per terminare esprimo un buon giudizio anche sull'interpretazione degli attori. Come si può capire da quanto ho scritto, molto consigliato a chi sa apprezzare anche gli aspetti tecnici di un'opera cinematografica e comunque a chi piace il genere storico (ma che sa chiudere un occhio sul rigore della ricostruzione) o anche ai fan, se mi passate il termine, di Mozart.
Monday, 8 March 2010
Buon 8 Marzo!


